Gli altri minatori

18 10 2010

La provincia dello Henan

A pochi giorni dall’entusiasmo per il salvataggio dei 33 minatori cileni, rinchiusi sottoterra per quasi tre mesi, sorprende la storia analoga dei loro colleghi cinesi, dei quali il mondo sa poco o nulla. Stamane le autorità di Pechino hanno ufficialmente alzato il numero dei morti, nella fuga di gas e conseguente esplosione della miniera di carbone nella provincia di Henan (Cina Centrale). Siamo arrivati a 31 vittime, ma altri sei sono ancora sepolti. Purtroppo, però, la stessa autorità e i soccorritori hanno parlato di speranze di salvezza ormai ridotte al lumicino: per loro si prevede una sepoltura nel carbone. Di tutta questa storia, ovviamente, si sa poco o nulla, come sempre accade per le notizie cinesi. D’altra parte, cosa sono 30 o 40 morti sul lavoro in un Paese che a luglio conteggiava ufficialmente (il che vuol dire molto al ribasso) 33.876 morti sul lavoro?

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FAO e Obama, quante delusioni

17 11 2009

Mi sono imbestialito con i grandi eventi che riempiono le prime pagine dei giornali di oggi, e ancor più con i loro protagonisti.

Punto primo: il vertice FAO a Roma. Titola il Corriere: «Fao, promesse e niente fondi». Niente di più vero. La FAO è un organismo imbarazzante, se correlato allo scopo per cui è stato creato. Le sfilate di auto di lusso, le cene di gala, le passerelle romane, le 500 hostess selezionate con cura da Gheddafi per i suoi party nella Capitale. Tutti elementi che stridono con l’amara realtà dei dati. Oggi si è appreso che al giorno muoiono 17mila bambini per denutrizione. Uno ogni cinque secondi. La rabbia esplode, la stampa giustamente critica la mancanza di risorse. Sulla Stampa trova voce la rabbia del presidente dello Zimbabwe Mugabe, l’appello del Papa, l’analisi dell’economista Dambisa Moyo. Ci dicono che all’Africa e al sud del mondo in genere non serve un aiuto caritatevole, ma progetti duraturi. Wow! Una novità. Saranno almeno 15 anni che ciclicamente si sentono mazzette di opinioni critiche di questo tipo. Ma dove vanno poi a finire? Come si spiega il silenzio dei grandi giornali, che criticano la FAO per la sua pochezza, ma attendono le 500 hostess di Gheddafi per mettere in prima pagina questi temi? La critica è legittima, l’autocritica purtroppo esercizio rarissimo.

Punto secondo: mi dispiace mister Obama, mi hai un po’ deluso. Capisco la tua posizione, capisco l’esigenza di realpolitik che accompagna il tuo viaggio asiatico. Capisco che con la Cina non si scherza, quella stessa Cina che ha in mano 2.000 miliardi di dollari provenienti dalle riserve ufficiali in Treasure Bonds, senza considerare i portafogli degli istituti di credito pubblici e dei fondi sovrani, che fanno sempre capo alla Repubblica Popolare. Capisco la necessità di dialogo e tutte le aperture. Capisco la mossa mediatica di parlare agli studenti, sapendo che il tuo uditorio sta però in Occidente, visto che la televisione cinese ha oscurato il botta e risposta all’università di Shangai. Ma almeno sul clima no. Nella conferenza stampa di oggi, congiunta con il presidente Hu Jintao, il presidente Usa afferma la volontà di un piano serio e globale da approntare a Copenhagen fra tre settimane circa. Un qualcosa che esuli dalla mera intenzione politica, ma abbia un «effetto immediato». Non più di 36 ore fa invece si era parlato della necessità, espressa anche al povero Rasmussen giunto in fretta e furia per avere una piccola voce nel G2 improvvisato a colazione, di una doppia fase per procedere sul clima. Una prima politica, a Copenhagen appunto, alla quale far seguire, con la massima calma e cautela, l’attuazione delle restrizioni sulle emissioni. Caro presidente, Copenhagen sarà un momento cruciale. La necessità di tenere un pugno duro sul tema supera ogni priorità di realpolitik, perché riguarda la real life di tutto il pianeta. Non ci deluda.