«Ho sbagliato. Scusa…» Le parole che non ti ho detto

19 11 2009

Oggi mi sono imbestialito in metropolitana, stazione Loreto. Camminavo sulla banchina, la fronte abbastanza alta da notare Lui. Un ragazzo della mia età. Auricolari bianchi-Ipod nelle orecchie, borsa a tracollo. Si avvicina a capo chino, muove la testa a ritmo di musica. E che ritmo! Appena mi è a tiro sento la dolcezza delle note da rave, non capisco come faccia alle 7 e 30 del mattino. Ma non importa. Intuisco che fra noi c’è incompatibilità. Non so se nella vita in genere, senza dubbio su quella banchina. La sua traiettoria, opposta alla mia, porterà senz’altro ad un incrocio pericoloso. Mi allargo sulla sinistra, movimento da Ronaldinho – allo stato attuale, non certo dei bei tempi. Ho fatto il massimo. La sua testa bassa e lo stordimento musicale non gli danno la possibilità di notare la mia presenza. All’ultimo tenta una fuga sulla destra, dopo un attimo di esitazione. Niente da fare, accade l’inevitabile. Ci urtiamo, la fretta del mattino fa sì che l’impatto sia notevole. La borsa che porta su un fianco gira come una vite facendo perno sul suo collo, e cade. Mi fermo un attimo, sto per chiedergli scusa. Penso ai suoi auricolari, non mi sentirebbe. Alzo una mano di perdono. Mi incenerisce con lo sguardo, si allontana camminando all’indietro. Le sue pupille mi fissano minacciose. Mi dirigo verso il mio treno, con la pesantezza di chi ha commesso un enorme crimine. Poi ci ripenso. Io l’ho notato, io ho provato a scostarmi in tempo, io ho fatto un gesto di scusa. Lui pareva desideroso di uccidermi. Sul treno ho un dubbio: non sono imbestialito con lui, sono imbestialito con me.

Ci sono delle parole che in Italia sono tabù. Lo riportava con arguzia anche un articolo su Io donna del Corriere se non ricordo male, sabato scorso. Quante vicende italiote sarebbero finite diversamente, almeno da un punto di vista di dignità, con le semplici paroline «ho sbagliato, vi chiedo scusa». Quanti politici avrebbero risparmiato la disapprovazione di una parte – aimè piccola – dell’opinione pubblica, semplicemente ammettendo i propri errori. Solo Marrazzo di fatto è stato in grado di farlo: ha fatto degli errori, li ha ammessi, ha chiesto il tempo per emendarli personalmente con la sua famiglia. E’ un esempio raro. In questa classe politica e dirigente si riflette una nazione incapace di ammettere quanto di male fatto, incapace di rivolgersi al futuro con la consapevolezza che certe cose andrebbero evitate. Diversamente non saremmo ancora immersi in comportamenti che ci avviliscono e ci riportano costantemente ad episodi del passato che vorremmo non tornassero. Diversamente – anche all’estero – vedremmo riconosciuta una dignità che abbiamo perso.

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