Lega-lità

17 10 2010

 

.."sembri un playmobil"..

 

In questi giorni a Milano è stata sgomberata la Bottiglieria Okkupata di via Savona. Se qualcuno fosse per caso passato da quelle parti nei giorni dello sgombero e della successiva occupazione del tetto da parte di un gruppetto di ragazzi avrebbe assistito a uno spettacolo inquietante. Centinaia di elementi delle forze dell’ordine dispiegati a presidiare la zona, quattro vie di fatto interdette al traffico, linea 14 del tram interrotta, camionette e mezzi semiblindati a profusione. Il senso di questo mio post non vorrebbe essere nè sulla singola vicenda in sè, nè sul costo stupido di una simile operazione, un po’ perchè avevo già espresso la mia opinione in merito alla vicenda del Cox e un po’ perchè mi pare superfluo. Proverei piuttosto ad alzare lo sguardo e a vedere cosa accadrà in futuro. Mi pare evidente che al centro di questa operazione, così come di altri sgomberi, ci sia un disegno politico. Vediamo perchè, e ditemi quanto mi sbaglio. La campagna elettorale che partirà ufficialmente fra un mese circa (a primarie del pd fatte) e vedrà in palio la poltrona di Palazzo Marino è forse una delle più difficili per il (centro)destra lombardo degli ultimi tempi. La Moratti non ha fatto bene, e riproporne la candidatura ha costretto il pdl a numerosi equilibrismi. Primo fra tutti, quello nei confronti della Lega. Il sindaco uscente non è stato particolarmente amato neppure all’interno del suo schieramento. Con il suo record di assenze da Palazzo Marino, e con tutte le difficoltà che ciò ha comportato (si pensi solo alla trafila per l’approvazione dell’ultimo bilancio, fallita più volte per le assenze della maggioranza, che ha messo Milano a un passo da una gestione controllata), non si è fatta ben volere dagli esponenti locali della sua parte. Più interessata alle dinamiche romane che a quelle lumbard, ha dovuto faticare molto per essere di nuovo il volto del pdl in corsa. Cosa abbia promesso alla Lega non si può sapere per certo, cosa Moratti debba al pdl neppure. Considerando anche i grandi temi che sono sul tavolo nei prossimi mesi: da expo al cambio di molte poltrone ai vertici della sanità meneghina. Insomma, terreno per ricambiare i favori ce n’è. Tutto questo per dire che appare una candidatura vulnerabile come poche io ne possa ricordare in tempi recenti. Ci sono dei lati deboli, che un candidato di sinistra ragionevolmente intelligente e capace potrebbe andare a colpire: la vicenda dei terreni di Expo (che non crediamo sia risolta con una firma approntata giusto per i commissari internazionali..fra pochi giorni saremo punto e capo), gli scandali che per un periodo hanno fatto temere l’incedere di una nuova tangentopoli (Milko Pennisi, per dirne una), l’evidente difficoltà nell’uscita dalla crisi economica. Insomma, di scheletri nell’armadio Moratti ce ne sono da attacare. Magicamente, allora, ecco che riappare il tema tanto caro alla destra italiana e lombarda in particolare, sempre più Lega-fila più per esigenza e necessità forse che per amore. Ecco il tema della legalità. Ed ecco la mossa: quando il tema non si presenta da sè per una via Padova qualsiasi o per una serie di stupri rigorosamente ad opera di immigrati clandestini, il tema lo si suscita e lo si inquadra. A farne le spese sono stati, nell’ordine, i nomadi di Rubattino prima dell’estate, quelli del Triboniano subito dopo. E ora i ragazzi dei centri sociali o affini. Per rimettere al centro dell’attenzione il problema della legalità. Non a caso il vicesindaco De Corato ha accolto le varie operazioni con dichiarazioni fotocopia, con la stessa frase di giubilo: abbiamo riportato la legalità, grazie al Prefetto e al Questore. E ora via con gli altri…più o meno sempre così. Ora, il problema è grave. Lo spettacolo di via Savona, trasmesso in tv, non può che toccare uno spettatore comune. Lo spiegamento di forze stile Beirut non può che convincere una persona che sia necessario intervenire drasticamente. Quello che spero, è che il terreno della campagna elettorale non si impregni nuovamente di questo odore stantio, che è quello della lotta per chi mostra di più i muscoli e che fa sentire falsamente più al sicuro la propria cittadinanza. Il tentativo in atto è proprio quello. Suscitare un diverso (come dice Marc Augè ne Il senso degli altri) per farne un nemico (i centri sociali) laddove il diverso canonico al momento non dà la possibilità di essere attaccato (i rom o gli immigrati, per mancanza di motivi di cronaca), riporta ancora una volta la discussione pubblica sui binari preferiti, permette di lanciare i cavalli vincenti (dando fra l’altro un’immagine estera di rilievo). La speranza è che l’interlocutore non stia a questo gioco. Chiunque uscirà dalle urne delle primarie, dovrà mostrare un passo diverso, e non cadere in questa ennesima provocazione.





L’impero del consenso

29 09 2010

Silvio Imperatore (tratto da shadang.wordpress.com)

Oggi Silvio Berlusconi ha giocato in Aula il primo tempo (45 minuti + 8 di recupero, dovuti soprattutto ai 50 applausi) di un match che non si sa quanto durerà ancora. Il suo discorso è stato un capolavoro di scudocrociatismo (nei modi, nei toni, nelle citazioni) rivisitato con un pizzico di estro à la Silvio: quella vena attoriale che si riveste per una mattina del piglio dello statista. Io credo molto nel significato profondo delle parole, del discorso politico in senso etico e normativo, dell’azione linguistica e razionale come rivelatrice di un sistema di pensiero ad essa sottostante e complementare. Sto in questo momento riascoltando l’intervento integrale, ma già dopo cinque minuti mi si offre lo spunto per una riflessione. Al centro c’è la parola consenso. Tema difficile, molto complesso, molto in evoluzione. Credo che, come Paese e come sistema culturale, stiamo sempre più addentrandoci in un impero del consenso, con tratti tirannici. Che la sovranità popolare si concretizzi nella possibilità di esprimere il consenso attraverso il voto è ammissibile. Ma è limitante. Ma ancor più limitante è l’idea che un Governo tragga la propria legittimità solo ed esclusivamente dal consenso. Nell’affermare questo, Berlusconi dimentica ancora una volta l’esistenza di una Carta Costituzionale, da cui realmente trae legittimità il suo governo. E la sua affermazione stride ancora di più, se messa in relazione con la citazione che di lì a poco fa del ministro Pietro Calamandrei. La tutela della minoranza (elemento fondamentale nell’ambito di una vita democratica, ancor più del governo della maggioranza perchè molto più debole e difficile da preservare) è costantemente messa in pericolo dalla ricerca del consenso. Il consenso porta il politico a ritenersi legittimato sempre e comunque, fin quando vince le elezioni. Mi viene in mente un intervento di pochi giorni fa, mi pare su La7. Di fronte alla questione dei simboli leghisti nella scuola di Adro, il sindaco di Verona Tosi giustificava in un certo senso il suo collega, dicendo più o meno: «Faccia quello che vuole. Al prossimo appuntamento elettorale i suoi concittadini esprimeranno la loro sentenza sul suo operato». Ecco, esattamente questo è l’impero del consenso. Potenzialmente un’escalation senza fine. L’idea di poter fare quello che si vuole fin quando si ha la massa alle proprie spalle. E’ pericoloso, perchè inevitabilmente provoca una compravendita di consenso. Ed è lo stesso a cui si è assistito in Parlamento, con il calciomercato della fiducia. Che Berlusconi dica poi che «fra Parlamento e Governo non vi può mai essere contraddizione» è quantomeno curioso, in un Paese che non ha visto praticamente mai esecutivi portare a termine il loro mandato. Il tono imperativo di questa sentenza sembra mettere in luce un imperatore decadente, che usa la terra del Colosseo (come il Commodo del Gladiatore!) e lo spettacolo per tenere in piedi un impero destinato a crollare, e che non ne riesce ad ammettere razionalmente il disfacimento. Sono solo spunti da trenta secondi dei 53 minuti totali di discorso, ma credo che siano segni chiari di una visione politica che ha raggiunto un punto di non ritorno. Il resto rientra nelle strategie e nel breve termine. Breve breve, si spera.