Scuole a pezzi

29 07 2010

Il trentuno ottobre del 2002 crollava la scuola di San Giuliano di Puglia, con il suo carico di 29 piccoli morti. L’evento suscitava grande reazione da parte di tutta l’opinione pubbica. La tragedia da evitare e bla bla.

Con grande tempismo il governo metteva a punto il Piano Straordinario per la messa in sicurezza delle strutture scolastiche, con la legge 289/2002. Questo piano ha suddiviso in vari livelli di sismicità il territorio nazionale e ha predisposto interventi per 22.258 edifici scolastici (42.000 il totale), con la necessità di reperire fondi urgentemente per un ammontare di 4 miliardi. Vedere come sono andate le cose un po’ imbelvisce. «La programmazione delle opere, negativamente influenzata da mancanza di pianificazione e da progettazione di base carente, ha spesso inseguito solo le disponibilità finanziarie piuttosto che le reali esigenze degli edifici scolastici». Parole della Corte dei conti. Al 2010 risultano sì attivati 1.219 interventi (il 77% del totale programmato per il primo step), ma i lavori risultano affidati o aggiudicati solo nel 29% dei casi. Di fatto sono stati completati 137 interventi del Primo programma stralcio, 39 del Secondo. Su 1593.

I giudici sottolineano come siano molteplici le cause di questi ritardi, che generano una colossale inefficienza. Difficoltà nel muoversi in una selva normativa. Carente progettazione delle opere programmate, che ha comportato integrazioni o modifiche. Non si sa mai da che parte devono arrivare i fondi necessari. Non si capisce in che relazione siano i comuni, le regioni e i ministeri nella gestione di questa materia. Insomma, il solito gran casino.

Il capolavoro tragicomico di questa analisi sta però nella parte finale. La Corte ricorda che «presupposto necessario per una organica e efficace programmazione è la reale conoscenza dello stato degli edifici scolastici, che solo un’anagrafe dell’edilizia scolastica funzionante può garantire». L’anagrafe è stata istitutita da una legge del 1996. Non è ancora operante. Anzi, è continuamente ritoccata da chiunque, un bel polpettone. Veramente difficile, così, evitare le tragiche conseguenze che anche i magistrati contabili paventano.

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Corte dei Conti, i Conti delle Corti

13 07 2010

Le signorie locali erodono i conti pubblici, ma l'efficienza latita

La Corte dei Conti bacchetta gli enti locali. Vere e proprie corti per i signorotti locali, i cui conti sono salati. E non è una novità. Una corposa indagine di oltre 200 pagine ha scannerizzato lo stato di salute delle partecipazioni di Comuni e Province in società ed altri organismi vari. Pur precisando come sia effettivamente difficile in alcuni casi quantificare il ritorno per le società che erogano servizi di utilità pubblica e universale (pensiamo ai trasporti urbani: ovviamente meglio avere una tariffazione accessibile a tutti e un bilancio da ripianare, che un biglietto per pochi privilegiati ma i conti in perfetto ordine – laddove non si riesca proprio ad avere entrambi!), emergono alcuni dati interessanti. Tra il 2005 il ’08 i magistrati contabili hanno censito 5.860 organismi partecipati da 5.928 enti locali: significa che praticamente ogni comune analizzato ha la propria partecipazione, con una crescita sensibile nel periodo in questione (2005-2008). La Corte si è concentrata sulla metà circa del totale delle società, quelle più costantemente presenti nel triennio 2005-2007. Oltre il 22% di esse è in costante perdita. Ad appesantire in modo cospicuo il bilancio è il settore della attività culturali, del turismo e dello sport. Si tratta di servizi diversi rispetto al settore dei servizi pubblici. In questo campo, la palma di peggior salute nei bilanci va ai trasporti, dove si concentra il 37% delle società costantemente in perdita.

Al di là di questi dati sulle perdite, ancora una volta – in una settimana densa di episodi che gettano infamia sulla classe politico-dirigente del nostro Paese – balzano agli occhi le accuse strutturali. Le s.p.a. e affini, secondo la Corte, sono utilizzate dagli Enti Locali come «strumento per forzare le regole poste a tutela della concorrenza e sovente finalizzato a eludere i vincoli di finanza pubblica imposti agli enti locali». Accusa non da poco. Che fa il paio con i rilievi fatti sulla Manovra di Tremonti, non molti giorni fa. Anche in quel caso gli Enti Locali venivano indicati come luogo ideale per far nascere poltrone per gli amici, sviluppare incarichi e consulenze ad hoc: oltre 39mila cariche per circa 26mila persone, più altre 4mila per dirigenti e tecnici. La tana prediletta per quel parassitismo che ci affligge come sistema culturale ed economico.