Il canto della Siremar, colabrodo del mare nostrum

15 07 2010

Tirrenia, miliardi di denari pubbici bruciati

La notizia di oggi dell’arrivo di Giancarlo d’Andrea come amministratore unico di Tirrenia permette di ripercorrere rapidamente la storia di questa impresa italiana, che condivide con molte altre realtà industriali pubbliche un destino nefasto.

La società, è il caso di dirlo, fa acqua da tutte le parti. Partiamo con la navigazione in questo mare di m…spreco.

Tirrenia è compagnia pubblica. Al suo interno ci sono altre compagnie controllate, quali Siremar, Caremar, Saremar, Toremar (l’iniziale sta per la Regione di competenza: Sicilia, Campania, Sardegna, Toscana). Riavvolgendo il suo film, si assiste a decenni di soldi malgestiti e malspesi, tanto che si può parlare di una macchina spreca soldi, di un Alitalia dei mari. I problemi sono su più fronti. Il piano industriale del management 2009-2014 riporta come il costo medio della forza lavoro sia superiore del 25% rispetto a quella dei privati, cifra che saliva a quasi il 50% per le linee locali. Ovviamente non è in discussione l’auspicio di licenziamenti in tronco (visto che già la compagnia ha ridotto significativamente l’organico in 20 anni e un patto con il Governo impone il mantenimento del livello occupazionale, giustamente), ma di recuperare efficienza. Uno si domanderà: non riescono a gestire le risorse umane. Almeno con le macchine saranno capaci? Non proprio. Il parco natanti di Tirrenia si compone di 44 mezzi, alcuni dei quali con oltre 25 anni di servizio. Un esempio su tutti: nei primi anni ’90 Tirrenia ha acquistato dei super traghetti con trasporto auto, ma si è resa conto che non riuscivano a salpare con il mare mosso. Risultato? Prepensionati. O che dire di altre quattro supernavi da quasi 55 milioni di euro l’una ordinate nel ’98 e licenziate in poco tempo perchè, una volta messe in mare, si è scoperto che consumavano 290 kg di gasolio al minuto contro i 41 degli altri mezzi?

Per ovviare a questa gestione scellerata, quale metodo migliore se non il ricorso alle casse dello stato? I cittadini pagano 22 euro per ogni biglietto staccato da Tirrenia. Le cose vanno peggio se si considera la Siremar, la vera zavorra della baracca (le altre linee regionali sono passate di mano prima del tentativo di privatizzazione di tutta la Tirrenia, e sono ora proprietà delle amministrazioni di Campania, Sardegna e Toscana). Dalla vendita di biglietti Siremar incassa circa 20 milioni. Per arrivare ai 100 milioni di fatturato annuo, serve la mano – anzi il portafoglio pubblico. Senza di esso sarebbe già fallita da tempo, non riuscirebbe neppure a pagare gli stipendi ai 500 dipendenti. Senza l’aiuto statale, in due anni ci sarebbero circa 150 milioni di buco in bilancio. Tirrenia a fine 2008 consolidava debiti per oltre 900 milioni. Solo marginalmente gli ultimi accordi sindacali sono riusciti a diminiuire le spese per il personale. Anche perchè, come sottolinea la Corte dei Conti, sono aumentate le consulenze per il tentativo di privatizzazione della società.

E qui parte l’ultimo, forse, step. In realtà è un discorso che va avanti da tanto tempo, soprattutto su spinta dell’Ue. Ma a chi interesserebbe una società del genere? E perchè? La prima domanda ha risposta paradossale: proprio la regione Sicilia, che a differenza delle altre amministrazioni locali non aveva voluto acquisire il comparto regionale di Tirrenia, la Siremar, ora pare interessata a mangiarsi tutta la torta, come socio di maggioranza relativa di una cordata di fatto pubblica (la Mediterranea Holding di Navigazione). Gli altri armatori e i vari fondi si sono infatti defilati, anche se inizialmente sembravano interessati. Il perchè dell’interesse risiede proprio nella pioggia di finanziamenti pubblici e di convenzioni, garantite fino al 2022 (72 milioni l’anno per Tirrenia, 55 per Siremar). I privati si sono ritirati proprio perchè da sempre l’Ue insiste nel negare gli aiuti pubblici, che quindi potrebbero essere ridiscussi. Ma per Mediterranea Holding questa montagna di denaro pare proprio un’attrazione fatale. Scrive Fabio Pavesi stamane sul Sole: «Fa niente se la società (Mediterranea Holding) ha un capitale di 120 mila euro e ha appena laciato un aumento per 10 milioni, ma si dovrà sobbarcare un debito per 520 milioni. Può stare in piedi una società con questo squilibrio patrimoniale? Nel mondo normale no. Così come è assai curioso che la società capofila dell’azionista Regione Sicilia, sia il vivaio Paulsen, segnalato dal Cerved (banca dati di informazioni societarie) con un grado elevato della rilevanza dei fenomeni di insolvibilità. Per l’alba di una svolta nel disastro Tirrenia, le premesse non sembrano incoraggianti». Se la privatizzazione andrà in porto, il colabrodo Tirrenia avrà finito la sua traversata. Ma i problemi difficilmente si risolveranno. Soprattutto se la rotta avrà portato il colabrodo dai mari dello Stato a quelli delle Regioni, con pochi cambiamenti sostanziali.

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Bilancio sociale del circolo Magnolia

11 07 2010

L'impianto fotovoltaico sul tetto del Magnolia

Vi allego il link al Bilancio sociale del Magnolia. Bell’esempio di resonsabilità civile del primo circolo Arci, per numeri, in Italia.

http://www.circolomagnolia.it/bilanciosociale





Il bilancio no, il bagno di vecchietti si

12 04 2010

Giovedì scorso il Comune di Milano non è riuscito ad approvare il bilancio preparato dall’assessore Terzi. Questa situazione va avanti da diverso tempo. Se non dovesse scattare l’approvazione entro la fine di aprile, il comune rischia il commissariamento. Eppure la maggioranza non è riuscita a garantire il numero legale perchè si aprisse la seduta. Intervistato fuori da Palazzo Marino, l’assessore al bilancio Terzi ci ha dichiarato: «Normalmente il consiglio si tiene alle 15.30. Oggi invece (giovedì 8 aprile) l’orario previsto era alle 14.3o. L’aver anticipato di un’ora l’inizio dei lavori ha creato difficoltà a due consiglieri, che non sono riusciti ad arrivare. Per questo, per una sola persona, è mancato il numero legale». Quanto sia risibile questa ricostruzione degli eventi è lampante. Il consiglio comunale di Milano gestisce quella che si vantava di essere fino a pochi anni fa la capitale morale del Paese. Che oggi è immersa in un mare di guai. Il bilancio è fortemente difficoltoso, i derivati stipulati negli anni passati si sono rivelati dei veri e propri bidoni, l’Expo non parte, le tangenti girano in pacchetti di sigarette. Eppure la classe politica non riesce ad affrontare le questioni. Il dramma è che neppure riescono a mettersi intorno al tavolo (vedi questione insormontabile del Piano di Governo del Territorio). L’assenza più grave è stata però quella del sindaco Moratti. Come ha fatto notare il capogruppo Pd Majorino, si è trattato di uno schiaffo politico alla sua stessa parte non indifferente. Anche perchè tutti i big erano presenti, dagli europarlamentari a tutti gli altri. Ma il sindaco no.

Evidentemente è impegnata nel cucire i rapporti con Roma, nel comportarsi da Capo di Stato e ambasciatore plenipotenziario nello stringere rapporti con decine di paesi esteri in vista di Expo. Ma non solo.

Sabato pomeriggio si è infatti tenuta una festa particolare. Organizzata dal Comune, ha visto radunati al Palasharp di zona Lampugnano tutti i milanesi che si sono sposati nel 1960. Una festa di nozze d’oro. E lì, fra vecchietti entusiasti della presenza di Tony Dallara (fra l’altro radunati in un posto inaccessibile, pieno di scale, privo di servizi facilmente fruibili, con un parcheggio parecchio distante, con le tribune da scalare al buio della sala) ha fatto la sua apparizione. Il Sindaco. In un giacchetto di pelle nera, ha arringato la folla di coppie, sottolineando il loro essere espressione di quell’amore che il suo partito ha eletto a distintivo ideale. Un discorso commovente, con al fianco il fido assessore Pillitteri (che ha ricordato il tempo trascorso da quando a officiare la cerimonia era un altro Pillitteri, ma forse ha solo evidenziato con questo la triste decadenza cittadina). Per quel bagno di folla (anziana, ma comunque sono 2mila 500 voti assicurati), il tempo è stato trovato. Ironia e bizzarria delle agende degli amministratori locali.