L’impero del consenso

29 09 2010

Silvio Imperatore (tratto da shadang.wordpress.com)

Oggi Silvio Berlusconi ha giocato in Aula il primo tempo (45 minuti + 8 di recupero, dovuti soprattutto ai 50 applausi) di un match che non si sa quanto durerà ancora. Il suo discorso è stato un capolavoro di scudocrociatismo (nei modi, nei toni, nelle citazioni) rivisitato con un pizzico di estro à la Silvio: quella vena attoriale che si riveste per una mattina del piglio dello statista. Io credo molto nel significato profondo delle parole, del discorso politico in senso etico e normativo, dell’azione linguistica e razionale come rivelatrice di un sistema di pensiero ad essa sottostante e complementare. Sto in questo momento riascoltando l’intervento integrale, ma già dopo cinque minuti mi si offre lo spunto per una riflessione. Al centro c’è la parola consenso. Tema difficile, molto complesso, molto in evoluzione. Credo che, come Paese e come sistema culturale, stiamo sempre più addentrandoci in un impero del consenso, con tratti tirannici. Che la sovranità popolare si concretizzi nella possibilità di esprimere il consenso attraverso il voto è ammissibile. Ma è limitante. Ma ancor più limitante è l’idea che un Governo tragga la propria legittimità solo ed esclusivamente dal consenso. Nell’affermare questo, Berlusconi dimentica ancora una volta l’esistenza di una Carta Costituzionale, da cui realmente trae legittimità il suo governo. E la sua affermazione stride ancora di più, se messa in relazione con la citazione che di lì a poco fa del ministro Pietro Calamandrei. La tutela della minoranza (elemento fondamentale nell’ambito di una vita democratica, ancor più del governo della maggioranza perchè molto più debole e difficile da preservare) è costantemente messa in pericolo dalla ricerca del consenso. Il consenso porta il politico a ritenersi legittimato sempre e comunque, fin quando vince le elezioni. Mi viene in mente un intervento di pochi giorni fa, mi pare su La7. Di fronte alla questione dei simboli leghisti nella scuola di Adro, il sindaco di Verona Tosi giustificava in un certo senso il suo collega, dicendo più o meno: «Faccia quello che vuole. Al prossimo appuntamento elettorale i suoi concittadini esprimeranno la loro sentenza sul suo operato». Ecco, esattamente questo è l’impero del consenso. Potenzialmente un’escalation senza fine. L’idea di poter fare quello che si vuole fin quando si ha la massa alle proprie spalle. E’ pericoloso, perchè inevitabilmente provoca una compravendita di consenso. Ed è lo stesso a cui si è assistito in Parlamento, con il calciomercato della fiducia. Che Berlusconi dica poi che «fra Parlamento e Governo non vi può mai essere contraddizione» è quantomeno curioso, in un Paese che non ha visto praticamente mai esecutivi portare a termine il loro mandato. Il tono imperativo di questa sentenza sembra mettere in luce un imperatore decadente, che usa la terra del Colosseo (come il Commodo del Gladiatore!) e lo spettacolo per tenere in piedi un impero destinato a crollare, e che non ne riesce ad ammettere razionalmente il disfacimento. Sono solo spunti da trenta secondi dei 53 minuti totali di discorso, ma credo che siano segni chiari di una visione politica che ha raggiunto un punto di non ritorno. Il resto rientra nelle strategie e nel breve termine. Breve breve, si spera.

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Il pasticciaccio «brutto» italiota

24 09 2010

Ciao a tutti…dopo lunga assenza per varie ed eventuali ragioni, il ritorno sul blog!..lo aspettavate, vero?!

Stamattina sono rimasto un po’ sorpreso dalle parole del presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. Ha lanciato alcune dichiarazioni significative sullo stato dello Stato. «Quando si dice che siamo andati meglio di altri Paesi non è vero, siamo stati fortemente colpiti dalla crisi», ha detto la Marcegaglia intervenendo alla seconda Assise di Confindustria Toscana a Viareggio. «Siano entrati nella crisi già in crisi e la percezione che abbiamo è che stiamo uscendo dalla crisi ancora con una capacità di crescita inferiore rispetto alla media europea», ha aggiunto. Secondo la leader degli industriali l’Italia non rientrerà probabilmente «in una seconda recessione» ma, ha ammonito, «l’economia resta in un quadro di incertezza». Confindustria ha da poco ridotto a +1,3% da +1,6% la stima di crescita per il 2011. Anche il Tesoro, secondo una fonte governativa, si appresta a rivedere il quadro macroeconomico riducendo l’attuale stima di +1,5%. La Marcegaglia chiede a politica e governo di concentrarsi su crescita e occupazione e sollecita «risposte serie e immediate». «Se non riusciamo a raggiungere il 2% di crescita non riusciremo a riassorbire la disoccupazione, tenere in piedi il tessuto produttivo, e aumentare il benessere di tutti», ha continuato. E qui mi fermo nel citare la presidenta, visto che poi ha pensato bene di chiudere il suo intervento confondendo la tutela che i sindacati cercano per i lavoratori (con i milioni di limiti dei sindacati), con una generalizzata tutela «di chi non lavora, dei falsi invalidi, dei falsi malati» (ecco, alla fine l’ho citata, proprio non ce la faccio a censurare il censurabile). Ma tornando al punto di cui sopra. Quello che mi sembra più significativo è la schiettezza  dell’affermazione: «non è vero che stiamo bene», così si potrebbe tradurre se ce ne fosse bisogno. Ecco, di questo non in molti se ne sono accorti. Soprattutto chi dovrebbe farlo. Per testimoniarlo ho fatto un giochino. Sappiamo tutti da che estate arriviamo, con le crisi di matrimonio in seno alla maggioranza e i litigi da fidanzatini (con annesse ripicche su case monegasche eccetera). Uno pensa: tornati alla normalità settembrina, ci sarà modo di tornare a parlare di cose serie. Ecco. Prendendo le prime pagine del Corsera uscite in questo mese, noto giornale paludato, abbiamo lo specchio preciso del fango in cui siamo infilati: ben 11 aperture sono riconducibili allo scazzo Fini-Berlusconi, rigirato in ogni salsa (dal dossieraggio alle pretese pseudo-politiche). Due se le becca la vicenda Sasrkozy-cacciata dei rom. Due il defunto Profumo (si tocchi pure, ma ormai con lui usano solo linguaggio da trapassati). Un paio a Obama, una al Papa che fa sempre bene (anche se nello specifico lo volevano eliminare, anzi no, forse sì, boh chi lo sa…), una alla Libia che ci spara sulle motonavi ma poi sono nostri amici storici, una alla Marea Nera, una a Napolitano (poverino ogni tanto diamo credito al vecchietto buono), una alle banche, una agli scandali perugini. Insomma, tolte quelle «contingentate», nessuno è rinsavito rispetto all’estate. Buon autunno, allora.