Quando la cassa integrazione uccide

26 03 2010

Il suo corpo di 42 anni è appeso per il collo a casa sua, in provincia di Frosinone.

Da 20 anni lavorava come infermiere nella fabbrica di Anagni Videocon, produttrice di televisori. Un’azienda che ha visto crescere oltre 3mila dipendenti, che da 40 anni è al centro del tessuto produttivo e sociale di una fetta di ciociaria. Una di quelle realtà industriali che finiscono per diventare il motore, il terreno di caccia (inteso come stipendio fisso per pagarsi da mangiare e da vivere) e lo sbocco professionale privilegiato per migliaia di famiglie. Parte del gruppo francese Thomson, quattro anni fa viene ceduta, dopo un periodo di recessione industriale, agli indiani della Dhoot. All’arrivo della multinazionale asiatica, 185 milioni di euro vengono messi sul piatto in cambio di una prospettiva di riconversione e del mantenimento per tre anni dei dipendenti. Le politiche industriali adottate però bruciano nel giro di pochi mesi 50 milioni di euro. Partono le prime casse integrazioni, le linee produttive funzionano a singhiozzo. Dopo l’intervento dello Stato per rinnovare il contratto di lavoro dei dipendenti, la proprietà decide per una drastica riduzione del personale e per mantenere viva solo la linea di assemblaggio (via la produzione dei componenti e la ricerca sugli schermi al plasma), per la quale basterebbero 400 dipendenti.

A dicembre 2009 la deriva dell’azienda tocca il suo culmine. La cassa integrazione iniziata tre anni prima va verso il termine, inizia la mobilità per 1350 dipendenti. Si cerca un compratore, ma le linee di credito bancarie nel mentre vengono prosciugate dall’incapacità di ottenere profitto almeno da quell’unica linea produttiva in vita.

Il 24 marzo uno di quei 1350 cassintegrati in mobilità non ce la fa più. I suoi colleghi dicono che la lettera di cig lo aveva distrutto, il silenzio da parte dell’azienda nei mesi successivi sotterrato. Il timore di avere un’età e un profilo professionale non spendibile altrove hanno fatto il resto.

Questa notizia arriva dopo settimane tremende per il lavoro, dopo i dati Istat sull’occupazione, dopo le crisi finanziarie di Grecia e Portogallo, dopo i suicidi di imprenditori nel Nord italia (l’ultimo a Livigno), incapaci di far fronte alle crisi delle loro aziende.

La politica in tutto ciò non c’è. La politica ha altro a cui pensare. Parliamo di Santoro (grande evento il suo, ma mi permetto di dire che ha sbracato troppo. Ha perso l’occasione di una platea nuova, di un nuovo scenario mediatico per parlare veramente di temi seri e per informazione seria. Condivido la rivoluzione di Monicelli, ma si iniziasse a farla davvero). Parliamo di intercettazioni, di liste e di listini. Parliamo di minsitri che non riescono a mettersi d’accordo su come usare 2 o 300 milioni di euro per razionalizzare finalmente il sistema degli ammortizzatori sociali (scandaloso l’ultimo provvedimento sul lavoro che include il tema dell’arbitrato, già messo in evidenza su questo blog in passato). Intanto la Gran Bretagna, con una semplice tassa sulle rendite dei banchieri, distribuisce 2,8 miliardi all’industria. Francia e Germania fanno anche di meglio.

Ma noi abbiamo altro a cui pensare. Noi, purtroppo, prima del lavoro, dobbiamo tutelare la democrazia. Siamo ad uno stadio preistorico. Gli altri hanno il fuoco e la ruota, noi non ancora il pollice opponibile.

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Le strade lastricate d’oro

25 03 2010

Grande notizia per i ciclisti milanesi. Il sindaco Letizia Moratti ha solennemento promesso 30 chilometri in più di piste ciclabili. Per la modica cifra di investimento di 11 milioni di euro.

Ovviamente la notizia in sè potrebbe essere accolta positivamente. Resta da vedere se i tracciati allo studio siano intelligenti (non come altri che attraversano zone inutili della città). Ma quello che colpisce è il volume dell’investimento.

Se dividiamo gli 11 milioni di euro per i 30mila metri di pista, otteniamo un costo per metro di poco inferiore ai 370 euro. Ciò significa che verosimilmente avremo delle piste ciclabili in parquet di ottima qualità, a strato doppio, che su alcuni siti internet ho trovato alla cifra di 120 euro al metro/quadro, posa compresa, alla quale aggiungere l’iva.

Un piccolo esempio della voragine che va alla voce lavori pubblici, a qualsiasi latitudine, lungo il nostro stivale.





Cartoline dai container

24 03 2010

Riprendo oggi aggiornamenti dopo tanto tempo. Me ne scuso con mia madre, più o meno unico utente..

A farmi imbestialire è un’ansa che ho appena letto.

Cartellone – o cartone – di protesta a quasi un anno dal terremoto

Mentre questa mattina il Manifesto metteva in prima pagina una bella foto di dipendenti della Protezione Civile, impiegati nell’azione urgente di distribuire volantini elettorali per conto del Pdl, nel pomeriggio arriva una nuova notizia di argomento simile.

La regione Umbria ha deciso di citare in giudizio il Pdl dell’Aquila per falso a danno della regione Umbria. Il motivo?

Quei simpatici che hanno organizzato la campagna elettorale non hanno trovato niente di meglio da fare che fare una bella pubblicità comparativa.

Da una parte, una foto di terremotati in un container, con la scritta Umbria e Marche 1997 – Governo Prodi. Ad oggi container per le famiglie.

Dall’altra parte invece ci sono foto di casette antisismiche e la frase  Abruzzo 2009 – Governo Berlusconi. Ad oggi case antisismiche per le famiglie.

Al di là del fatto che, come denuncia la portavoce della presidente umbra Maria Rita Lorenzetti, la foto associata al governo Prodi è vecchia di dieci anni. Al di là del fatto che Ad oggi, più di 5mila sfollati risiedono ancora negli alberghi della costa abruzzese (e questo ve lo dico io).

Al di là di tutto ciò. Ma vi pare, cari amici del Pdl, una cosa normale mettere in bella mostra la sfiga di quella gente per bearsi di falsi miracoli? Evitare grazie





La responsabilità di uccidere e essere uccisi

8 03 2010

La distruzione di Sodoma e Gomorra (affresco russo XVII secolo)

Riporto da Ansa: «Ettore Bosti, in un primo momento, ha cercato di portare dalla sua parte Ciro Fontanarosa perchè lo riteneva una persona capace dal punto di vista criminale e ne voleva fare, quindi, un suo guaglione. Ciro non ha accettato questa proposta perchè voleva continuare a fare il ‘mariuolò fuori dal sistema. Egli infatti rubava orologi e diceva che se proprio avesse dovuto scegliere un clan, avrebbe scelto il clan Licciardi, cui era vicino suo padre». Così il collaboratore di giustizia Vincenzo De Feo racconta i retroscena dell’omicidio di Ciro Fontanarosa, assassinato il 24 aprile dell’anno scorso in via Pietro Lettieri, una traversa di corso Garibaldi. «Tuttavia, essendo del Buvero (il Borgo S.Antonio), quartiere dominato dal clan Contini, ed avendo un carattere spavaldo – ha aggiunto il pentito -, non poteva evitare di avere contrasti con Ettore Bosti, che vi spadroneggiava».

Mi viene in mente la predica di don Mauro, al funerale di Emanuele, 15 anni, Napoli, ucciso dalla Camorra perchè era entrato a far parte del suo Sistema.

Oggi non è morto un eroe. Per quante responsabilità possiamo attribuire a Emanuele, restano i suoi quindici anni. I figli delle famiglie che nascono in altri lughi d’Italia a quell’età vanno in piscina, a fare scuole di ballo. Qui non è così. Il Padreterno terrà conto del fatto che l’errore è stato commesso da un ragazzo di quindici anni. Se quindici anni nel sud Italia sono abbastanza per lavorare, decidere di rapinare, uccidere ed essere uccisi sono anche abbastanza per prendere responsabilità di tali cose. (Gomorra)





Le mimose di classe

8 03 2010

8 marzo. Certo si potrebbe non parlarne, ma preferisco sottolineare una particolarità di questa stantia – nei toni e nella trattazione mediatica (non certo nell’urgenza e persistenza di alcune problematiche legate alle donne) – ricorrenza.

Trenitalia ha deciso di festeggiare a modo suo. E allora via ai Frecciarossa tinti di giallo, e ai graziosi cadeaux per le gentili passeggere. Una mimosella, cioccolatino al latte ripieno di morbida granella, addolcirà il percorso al femminile su rotaia. Addirittura un bicchiere di spumante (+ mimosella ovviamente) per chi deciderà di usufruire del vagone ristorante.

Ma che carini!..però, signore, non correte in massa ai binari dell’Alta Velocità. Il cioccolatino è previsto solo per i biglietti di prima classe. Per le donne di classe inferiore, nisba. Auguri.





Arbitro: il lavoratore è cornuto

4 03 2010

In Senato è stata data la fiducia al Ddl varato da governo con la finanziaria del 2009. A quanto ho capito, in 50 articoli si minano alcune basi del sistema del lavoro italiano, ma la cosa passa abbastanza sottotraccia.

3 punti per me cruciali:

1) La legge ammette di fatto l’eventualità  che il rapporto di lavoro sia posto al di fuori della tutela di legge.  Nelle controversie di lavoro, infatti, il ricorso all’arbitro piuttosto che al giudice diventa facoltativo. Il cavillo pericoloso, però, è che nel contratto stipulato fra azienda e lavoratore si può decidere in anticipo a chi fare ricorso in caso di controversia. L’azienda dice a un neoassunto: nel nostro contratto stipuliamo che, in caso di controversia, andiamo dall’arbitro. Anche in deroga ai contratti nazionali. O così, o niente.

Dove sta l’inghippo? Nel fatto che l’arbitro, a differenza del giudice, decide secondo il principio di equità, cioè non secondo diritto, sia pure nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento. Un buon guadagno per il lavoratore

2)  Legge ad aziendam.  I lavoratori dell’ex Atesia avevano fatto causa all’azienda, perchè pur regolati da un contratto precario di co.co.co, in realtà erano in una situazione di subordinazione bella e buona. Causa vinta, diritto a 20 mesi di arretrati e posto di lavoro assicurato. Alcuni accettano la proposta conciliatoria dell’azienda, ma 50 sui 3600 dipendenti andarono fino in fondo al discorso. In Appello, ancora ragione. Ora questa legge porta a 6 il massimo di mensilità dovute dall’azienda. Di fatto, si salva l’Atesia dal pagare il proprio debito, e si mette anche a repentaglio il posto di lavoro che per quei 50 era garantito.

3) Ammortizzatori sociali ciao! Il ddl saluta la riforma degli ammortizzatori sociali e le dice, ritenta, sarai più fortunata. Mettendo a 24 mesi il limite di tempo per varare i decreti di riforma, in tema di ammortizzatori, apprendistato, servizi per l’impiego, incentivi all’occupazione e occupazione femminile, risultano in bilico (ma praticamente fuori tempi massimi per questioni tecniche) tutti quei progetti che risalgono addirittura al governo Prodi.

Insomma..una grandissima porcata. E a patire i soliti